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Bistro Au Chineur, Isle sur la Sorgue

Bistro Au Chineur, Isle sur la Sorgue

È sempre entusiasmante viaggiare in un camperino scassato del 1988. Non hai le comodità che potresti avere in un camper più grosso e più nuovo, ma puoi sostare quasi in qualsiasi posto e rischiare di svegliarti all’interno di un centro storico e fare colazione nel dehor soleggiato del Cafè più caratteristico.

Non puoi percorrere lunghe distanze in poche ore, ma puoi concederti di viaggiare lungo le statali, entrando in paesi e città, godendo dei luoghi e dei panorami, con la consapevolezza che in autostrada avresti impiegato sicuramente lo stesso tempo e ti saresti sicuramente annoiato di più.

E quindi in viaggio per la Provenza, lungo strade costeggiate da olmi secolari, tra campi verde smeraldo di grano appena nato e tra paesi di case color sabbia e scuri indaco.

Non importa quando si arriverà alla meta e c’è sempre il tempo per cambiare la destinazione finale, l’importante è godersi il viaggio, sgombrare la mente e risvegliare i sensi.

È la sera di un soleggiato venerdì, è la golden hour.

Apro una parentesi sulla golden hour. La golden hour è la prima ora dell’alba e l’ultima ora del tramonto (in realtà, dura anche meno di un’ora). Il sole è bassissimo, la luce è morbida, le ombre si allungano e i colori vibrano di più. Fabio dice che la golden hour è il momento migliore della giornata per far foto, quindi se si possiede una macchina fotografica, è sicuramente il caso di fermarsi e aguzzare la vista.

Ci fermiamo. Isle sur la Sorgue, un paese carino nè più nè meno di molti altri. Un canale che la racchiude e le dona un certo fascino romantico. Locali, ristoranti e piccoli bistro che si aprono al calar del sole, apparecchiando deliziosi tavolini lungo le sponde del canale che d’incanto si illumina di mille candele.

Scegliamo di cenare al bistro Au Chineur, più per il menù che per il locale. Entriamo, tavolo per due, menù della casa e un buon bicchiere di vino. Il filetto più buono che abbia mai mangiato! Si dice che la fame è il miglior condimento, ma vi assicuro che quella carne si scioglieva in bocca come burro. Con la pancia piena mi rendo conto che il locale scelto è molto particolare, sembra frequentato più da gente del luogo, che da turisti, l’ambiente è piacevole e familiare, ma del bistro Au Chineu m’innamorerò solo il mattino seguente.

Scopriamo che Isle sur la Sorgue vanta di essere la Città degli antiquari (ne possiede più di 300) ed a Pasqua ne è sede della fiera: più di 1000 espositori espongono i loro pezzi più o meno antichi e più o meno vecchi, lungo il canale, le viuzze e i giardini.

Fabio ed io capitiamo sempre, per caso o per fortuna, in luoghi che accolgono questo genere di manifestazioni e nel periodo giusto. Pertanto l’indomani, sveglia presto, taijiquan nel piazzale del campeggio ancora addormentato e colazione in centro.

È un sabato mattino nuvolo e ventoso. Ma le nuvole sono di quelle basse e grigie, che danno al cielo quel tocco tormentato e drammatico dei quadri di Van Gogh. L’acqua nel canale scorre gorgheggiando, ed al posto dei tavolini apparecchiati, pescatori più o meno esperti attendono pazienti che qualche pesce abbocchi.

Il bistro della sera precedente è aperto. Cappuccino francese e croissant, ed ecco che il bistro Au Chineur diventa un luogo dell’anima.

Mi accorgo che i tavoli sono lastre di vetro temprato, incassate in cornici di legno massello, ed appoggiate su piedistalli in ferro di vecchie macchine da cucire. Siamo seduti su sedie in legno, consumate dal tempo e dall’usura. Alle pareti è appeso tutto ciò che si potrebbe trovare nel banco di un rigattiere: teiere, vecchi ferri da stiro, rullini fotografici, quadri, stampe, peluches, lampade ad olio, cavatappi, un borsone che custodisce tutto ciò che può servire per il gioco del cricket, insegne, un vecchio casco da parrucchiera, ed altro ancora…

Dall’interno della veranda in ferro e vetro dal fascino art-deco, osservo gli antiquari montare le loro bancarelle. Tutto è avvolto da un fascino bohemienne, dal gestore del locale dai capelli arruffati e la dolcevita nera, a quell’uomo seduto nell’angolo in fondo che sorseggia il caffè con un libro in mano.

In sottofondo, oltre al profumo di caffè e di croissants appena sfornati, le note dolci di un trio d’archi, ed io mi fingo scrittrice ed appunto segni blu sul mio taccuino nero.

Un buon inizio per una buona giornata.


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